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« W E L C O M E »
Londra, 1889: ciò che sembra reale e tangibile, a volte non è altro che una mera illusione creata ad arte dalla psiche umana, ma se tutto ciò che l’immaginazione rende fugace fosse veramente esistente, allora ogni domanda non avrebbe senso d’esistere. Tra il sangue, il dolore e la drammaticità di una paradossale specie chiamata “ essere umano” qualcosa si agita nei bassifondi dell’io, tra le vie della City, e sebbene abbia un nome, un volto, un aspetto fisico, a tratti sembra fuggevole come il vento e frammentaria come uno specchio rotto. Giorno dopo giorno, il ticchettare dell'orologio, diventa sempre più snervante e surreale, poiché ogni nuovo suorgere del sole assume un colore diverso nell'animo di chi l'osserva. Nello scenario della capitale vittoriana vi sono ricchi e poveri, giusti e corrotti, buoni e cattivi, puri e assassini, una duale rappresentazione delle scelte umane e sovrumane, poiché vizi e virtù non sono solo caratteristiche dei mortali. Potrete destreggiarvi tra quelle creature che non avreste mai immaginato d’incontrare, perché voi potreste essere loro.
N O W (?) |
« I N F O »
Questo GDR è ispirato al manga di Yana Toboso ma non si compone interamente di esso.
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« R O L E D I M A R Z O »
Barry ricordava perfettamente tutto ciò che era successo quella sera lontana a casa Dubois, quando aveva dovuto accettare a sua volta l’invito che sua madre non si era lasciata sfuggire. Sin dal loro arrivo alla villa, egli era stato costantemente martellato di disavventure, cosa che avrebbe capito solo in un secondo tempo a causa della surreale punizione indetta da Harmony. Era stato costretto a rimanere in casa per ben dieci giorni, si sentiva come un uccellino in gabbia e non riusciva a sbattere le ali per fuggire. Molte volte aveva avuto come la sensazione che sarebbe potuto volar via dalla finestra, librandosi nell’aria e scappando lontano, eppure sapeva che quella era solo follia, solo immaginazione. Il suo unico reale compagno era il diario che continuava a sfogliare e a riempire di parole. Quella clausura forzata aveva causato in lui numerosi ripensamenti nonché imbarazzi. Si trovava immerso nelle pagine bianche della sua memoria e non faceva che riflettere sui suoi batticuori scostanti e impensabili. I primi tre giorni li passò in totale silenzio, ragionando tra sé e sé, subito dopo però decise di armarsi di stilografica e redigere qualcosa da inviare al suo caro amico Sven. Si trattava di una lettera con poche righe che diede poi il via ad una corrispondenza abbastanza lunga, poiché questo non tardò a far avere sue notizie a Barry. Stranamente Harmony aveva permesso quello scambio e non si era opposta minimamente, altrimenti la sua punizione sarebbe stata troppo dura e non avrebbe lasciato fiorire il rapporto che sperava. Ricordava ancora il modo in cui si era approcciato, dopo aver gettato all’aria numerosi fogli bianchi dalla sua scrivania, dopo aver fatto delle copie che non avrebbe mai inviato, ragionando sulla propria calligrafia e sulle parole da utilizzare. Era sempre più imbarazzato.
Caro Sven,
mi dispiaccio per l’inconveniente ma temo che per un periodo non potremmo vederci. Mia madre ha deciso così perché reputa il mio comportamento fin troppo ardito e scostante nei suoi riguardi. Dice che non dovevo permettermi di contraddirla appena arrivati a Villa Dubois. Ad ogni modo sappi che adoro quel cane, nonostante tutto, e vorrei accarezzarlo ancora se mi sarà possibile. Non mi sono fatto sentire prima a causa della vergogna che provavo per questa punizione indesiderata, pero che tu possa perdonarmi.
Barry
Quella era stata la sua prima lettera. Un po’ goffa nell’espressione ma abbastanza significativa. Quel che cominciò a tormentarlo realmente furono i sogni che fece nell’arco delle sere trascorse in clausura, i quali avevano sempre come protagonista quel suo caro amico che tanto desiderava sentire. Una lettera al giorno era inviata e ricevuta a casa Barker ed ogni volta sembrava che Barry fremesse più delle altre, anche quando organizzarono il loro incontro per il giorno che attualmente stava vivendo. Era una mattina come le altre, vagamente ombrata, forse un po’ uggiosa, ma la pioggia non cadeva ancora da quel cielo plumbeo. Gli occhi di Noah si posavano sugli alberi che vedeva tutto attorno a se, stava galoppando sul suo cavallo e sperava che Sven sarebbe arrivato presto al loro appuntamento.
Perché diavolo sono così in ansia. Non devo essere teso, maledizione! Sembro davvero una ragazzina innamorata ma devo capirlo, non sono né l’uno né l’altra, è tutta colpa di Harmony se ho fatto quei sogni indecenti. No, non tollero che questo possa compromettere un’amicizia, perciò eccomi qui, non devo fuggire.
Sulle sue gote brillava un leggero rossore e continuò ad esserci anche quando si fermò sotto il castagno del loro incontro. Sperava che Sven avesse ben compreso quale fosse il posto indicato nella lettera, anche perché nessuno dei due aveva possedimenti in quella zolla di terreno, ma proprio per questo sapeva che avrebbe potuto passare una bella giornata. Indossava abiti da donna, come consuetudine voleva, ma per la prima volta non era imbarazzato per quelli, bensì per le sue pulsazioni cardiache se sembravano ucciderlo, pulsavano nella gola come se questa fosse stata costretta in una morsa d’acciaio.
M O R E (?)
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O T H E R |